PAURA DEI REFERENDUM? PRENDIAMO ESEMPIO DALLA SVIZZERA

Mentre nel mondo i referendum si moltiplicano e conquistano riforme storiche, in Italia c’è ancora chi li mette in discussione!

Ieri in Svizzera  si è chiusa la terza tornata referendaria dell’anno  (10 quesiti votati nel 2021 a livello federale, e manca ancora una tornata). I quesiti erano due: uno di iniziativa popolare sul sistema fiscale (bocciato), e un referendum confermativo sul codice civile (approvato). Dunque grazie all’approvazione del secondo quesito in Svizzera, con il 64,1% dei voti, è stato legalizzato il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Nel frattempo, ieri un referendum a San Marino ha stabilito con il 77.3% dei voti che l’aborto non è più reato.
Prendendo a modello il caso Svizzero, il consigliere della provincia autonoma di Trento Alex Marini mostra in un post su Facebook gli ingredienti del successo dello strumento referendario, che garantisce ampia partecipazione della cittadinanza, e possibilità di conquistare riforme tenute escluse dall’agenda della politica elettorale. Citando Marini, va notato che in Svizzera “(1) non c’è quorum, (2) c’è l’opuscolo informativo inviato a casa di tutti gli elettori,  (3) l’informazione è libera e la Tv pubblica assicura il dibattito fra i pro e i contro, (4) si può votare per corrispondenza, (5) il costo per singolo voto è inferiore del 75/85% rispetto al costo determinati dall’organizzazione italo-bizantina, (6) i risultati sono disponibili già nel pomeriggio della domenica (7) le autorità rispettano l’esito delle urne e attuano le leggi introdotte con il voto popolare”.

E in Italia invece cosa accade? Nelle ultime settimane, dopo l’esplosione di firme in pochi giorni per il referendum Cannabis, abbiamo assistito a una vera e propria levata di scudi da parte di editorialisti, esponenti di partito e giuristi di retroguardia, pronti a sostenere che con la firma digitale la possibilità di convocare un referendum sia divenuta “troppo facile” per i cittadini. Nessuno sembra aver notato che prima dell’introduzione della firma digitale, erano trascorsi 10 anni dall’ultima volta che i cittadini hanno votato su un referendum di iniziativa popolare (correva l’anno 2011 e si votava su acqua, nucleare e legittimo impedimento).

Nessuno sembra essersi preoccupato del fatto che per anni il referendum è rimasto appannaggio di grandi partiti e sindacati, gli unici a disporre di schiere di autenticatori, i pubblici ufficiali dotati – in base a una legge del 1970 – della facoltà di convalidare le firme raccolte. È servito il ricorso all’ONU nel caso Staderini-De Lucia vs Italy per far condannare l’Italia nel 2019 per gli “irragionevoli ostacoli” alla raccolta delle firme sui referendum, per restituire gli strumenti di democrazia diretta in mano ai cittadini, prima con l’allargamento della platea di autenticatori e poi con l’introduzione della possibilità di firmare digitalmente.
Eppure questi ostacoli non sembrano essere scomparsi. Persino sul referendum cannabis emerge in questi giorni che i Comuni violano la legge: solo un quarto hanno consegnato entro le 48 ore previste i certificati elettorali dei firmatari, mentre gli altri rischiano con la loro omissione di mandare al macero centinaia di migliaia di firme raccolte regolarmente. I promotori del referendum cannabis hanno lanciato uno sciopero della fame a cui si può aderire qui, e una manifestazione davanti al Governo che si terrà domani alle 18.
Anche Democrazia Radicale aderisce all’iniziativa, e soprattutto incoraggia le istituzioni italiane ad avvicinarsi sempre di più al modello svizzero, con referendum senza quorum nella garanzia di un dibattito informato, invece di perseverare nella strada delle illegalità di Stato.

Di Lorenzo Mineo e Mario Staderini

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